Giornalismo e giornalisti, connubio imperfetto

Giornalismo e giornalisti, connubio imperfetto

Più che parlare di giornalismo dovremmo usare l’accezione giornalismi. Ma non è su questo che voglio soffermarmi. Ciò che mi ha portato a scrivere in questo spazio è il dovere incassare quotidianamente la sfiducia da parte della gente comune nei confronti della categoria che rappresento.

Perché tanto malumore e soprattutto perché molta gente non ritiene credibile un giornalista? Non voglio generalizzare con la mia esternazione, così come spesso accade nei nostri confronti, ma sentire dire che i giornalisti sono bugiardi e poco affidabili è quanto di peggio può ascoltare chi ha scelto di svolgere questa professione con dedizione. Sia chiaro, nessuno ha mosso queste accuse direttamente a me, mi duole però che lo si faccia verso la categoria dei giornalisti.

Che la stampa sia un potere forte, è fuori dubbio e che la professione giornalistica (nonostante la crisi che non è figlia solo dell’ultima congiuntura economica) ricopra ancora tanto fascino, è altrettanto indiscutibile. Eppure, di sovente, mi capita di parlare con amici, professionisti o gente comune che al primo passaggio sul tema sottolineano come “noi giornalisti” siamo scarsamente affidabili. Perché?

Volendo sintetizzare il mio pensiero provo ad usare un aneddoto. Un giorno, nel parlare con un parlamentare, riferii di un conoscente il quale al primo approccio di un politico in campagna elettorale rispondeva che la “politica era diventata disgustosa”. Lui, essendo evidentemente molto preparato sull’argomento perché rappresentava un déjà-vu, mi rispose che si commetteva un errore in quanto non era  “la politica disgustosa” ma il mio conoscente pensava che “i politici fossero disgustosi”.  La differenza è enorme, non c’è che dire, anche perché se la politica non funziona sarà colpa sicuramente dei suoi attori.

Con la speranza che il “giornalismo” (nobile arte)  non riceva lo stesso trattamento e altrettanto i suoi “attori” siano vigili perché questo non accada, riscontro quotidianamente una sorta di “caduta di stile” anche tra giornalisti. Non che la gente avesse ragione screditando l’intera categoria fatta da molti professionisti con un forte senso etico e una propria dignità, ma mi capita di leggere notizie senza nessuna verifica della fonte, news di quotidiani sportivi che a volte sembrano più dinamiche di calciomercato da parte di alcune squadre blasonate che informazioni utili, tweet scritti frettolosamente per poter dire “sono stato il primo” per poi dover ritrattare quando la bufala ha fatto il giro della rete e nessuno si preoccupa più di leggere la smentita.

E poi. Processi mediatici con tanto di intercettazioni inutili anche per i rotocalchi di gossip, veline sui siti dei maggiori quotidiani nazionali un giorno sì e l’altro pure, incentivi per “giornalisti” improvvisati allo slogan “basta un telefonino” fermo poi ricordarsi che le “buone penne” ci sono in giro (forse girano troppo, a zonzo) e non aspettano che essere chiamate (e pagate).

Nell’era del digitale, del citizen journalism o dal giornalismo partecipativo, che non è una minaccia ma una bella storia se ben gestita sapendo cogliere i lati postivi (tanti) e scartando quelli negativi (diversi), il giornalismo e i giornalisti rappresentano un connubio imperfetto. E se è vero, come è vero, che la perfezione non è di questo mondo cerchiamo di rendere l’imperfezione un monito per il miglioramento del giornalismo e dei giornalisti.

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