Pubblicare un articolo su un sito esterno, ottenere una menzione o inserire un collegamento verso il proprio sito non significa automaticamente fare una buona attività di Digital PR. È un aspetto sul quale torno spesso a riflettere, soprattutto osservando come le aziende e i professionisti affrontano la ricerca di visibilità online. Negli anni la comunicazione digitale ha moltiplicato le possibilità di pubblicazione. Esistono magazine online, portali tematici, blog specializzati, testate giornalistiche, piattaforme editoriali e numerosi altri spazi nei quali un’impresa può raccontarsi. A questa disponibilità di canali non sempre corrisponde, però, una maggiore attenzione alla qualità delle scelte.
Sommario
Credo che uno dei problemi della Digital PR contemporanea sia proprio questo: abbiamo imparato a misurare molte cose, ma rischiamo di dedicare meno attenzione al significato di ciò che pubblichiamo. Un articolo può essere online, indicizzato e contenere un link perfettamente funzionante senza contribuire realmente alla reputazione di chi lo ha commissionato. La domanda che mi pongo non è soltanto dove pubblicare un contenuto, ma perché quel contenuto dovrebbe essere pubblicato proprio lì e quale valore può avere per chi lo legge.
La visibilità online non è tutta uguale
Quando si parla di presenza digitale, la quantità è una delle prime dimensioni che vengono considerate. Quanti articoli abbiamo pubblicato? Quante menzioni abbiamo ottenuto? Quanti backlink sono arrivati? Su quanti siti compare il nome dell’azienda? Sono informazioni utili, ma non raccontano l’intera storia. Un’azienda può comparire su decine di siti senza che queste pubblicazioni aiutino a comprenderne l’attività, i valori o le competenze. Al contrario, una presenza più circoscritta ma coerente con il proprio settore può contribuire a costruire un’immagine più riconoscibile.
Non considero sbagliato misurare la quantità delle pubblicazioni. Il problema nasce quando questa diventa l’unico obiettivo e la valutazione editoriale viene ridotta a una serie di parametri numerici. Un conto è essere presenti sul web. Un altro è essere presenti nei contesti nei quali ha senso essere conosciuti. Per me questa distinzione dovrebbe essere il punto di partenza di qualsiasi strategia di Digital PR.
Quando la link building prende il posto della comunicazione
La diffusione delle attività SEO ha contribuito ad aumentare l’interesse verso le pubblicazioni esterne. La link building, in particolare, ha reso i siti editoriali interessanti anche per aziende che in passato non avrebbero investito in pubbliche relazioni o comunicazione. È un’evoluzione che ha creato opportunità, ma anche qualche distorsione. Il valore di una pubblicazione viene talvolta ridotto alla presenza di un link, mentre il contenuto, il pubblico e il contesto editoriale passano in secondo piano.
Non condivido questa impostazione. La SEO è una componente importante della strategia digitale, ma non dovrebbe sostituire le valutazioni che appartengono alla comunicazione. Se un articolo viene scritto esclusivamente per ospitare una determinata parola chiave collegata a un sito commerciale, senza una reale utilità informativa, difficilmente potrà rappresentare una buona operazione editoriale. Bisogna inoltre distinguere i collegamenti editoriali spontanei da quelli inseriti nell’ambito di accordi commerciali. Le indicazioni di Google prevedono che i link pubblicitari o a pagamento siano qualificati correttamente, preferibilmente con l’attributo rel="sponsored". Pagare una pubblicazione non equivale ad acquistare legittimamente un vantaggio nei risultati organici.
La Digital PR non coincide quindi con la link building, anche se le due attività possono incontrarsi. La prima lavora sulle relazioni, sui contenuti, sulla presenza editoriale e sulla reputazione; la seconda si concentra sui collegamenti tra risorse web e sui loro possibili effetti nell’ambito di una strategia SEO.
Prima di scegliere un sito, cerco di capire chi lo legge
Le metriche SEO hanno una loro utilità. Domain Authority, Domain Rating, traffico organico stimato e altri indicatori proprietari possono aiutare a confrontare siti diversi e individuare situazioni che meritano un approfondimento. Non sono però certificazioni di qualità editoriale né punteggi ufficiali assegnati da Google. Personalmente preferisco partire da altre domande. Che cosa pubblica abitualmente questo sito? A quali lettori si rivolge? Il settore che voglio raccontare è realmente presente? Gli articoli vengono approfonditi oppure sembrano contenuti inseriti soltanto per ospitare collegamenti commerciali?
Prendiamo una struttura ricettiva indipendente che desidera farsi conoscere. Una pubblicazione su un magazine dedicato al turismo può avere un significato diverso rispetto alla presenza su un portale generalista che pubblica indiscriminatamente articoli su qualsiasi argomento. Naturalmente dipende dagli obiettivi, dal pubblico e dalla qualità effettiva dei due siti, non semplicemente dalla categoria alla quale appartengono. Lo stesso ragionamento vale per una cantina, un produttore agroalimentare, un consulente o una società tecnologica. Prima di valutare la convenienza economica di uno spazio editoriale, cercherei di capire se quella pubblicazione può entrare in relazione con le persone che l’azienda desidera raggiungere.
La pertinenza editoriale non si esaurisce nella presenza di una categoria tematica. Comprende il linguaggio, il pubblico, la qualità dei contenuti, il contesto nel quale verrà inserito l’articolo e la credibilità complessiva del sito.
Un articolo pubblicato non è necessariamente un articolo letto
Un altro aspetto che ritengo importante riguarda la distanza tra pubblicazione e fruizione. Il fatto che un contenuto sia disponibile online non significa che venga effettivamente letto, compreso o ricordato. Questo vale anche per i comunicati stampa. La distribuzione di una notizia non coincide con l’interesse giornalistico che quella notizia può suscitare. Un ufficio stampa può proporre un contenuto, fornire informazioni, facilitare il lavoro delle redazioni e costruire relazioni professionali. Non può considerare automaticamente ogni invio come un risultato editoriale.
Allo stesso modo, un pubbliredazionale o un guest post possono offrire opportunità di comunicazione, ma richiedono una valutazione diversa rispetto a un articolo pubblicato autonomamente da una redazione. Sono strumenti differenti, con finalità e modalità di realizzazione che devono rimanere riconoscibili. La distinzione non serve a stabilire che una forma di pubblicazione sia sempre migliore dell’altra. Serve a non confondere pubblicità, collaborazione editoriale, giornalismo e pubbliche relazioni, attribuendo a ciascuna attività risultati che non può garantire.
La reputazione digitale non si costruisce soltanto ottenendo attenzione
Per un’impresa, essere conosciuta è certamente importante. Ma la reputazione riguarda anche ciò che le persone pensano di quell’impresa, le aspettative che sviluppano e la coerenza tra quanto viene comunicato e quanto viene effettivamente offerto. Un contenuto editoriale può contribuire a spiegare una competenza, valorizzare un progetto o far conoscere una realtà poco visibile. Non può però compensare indefinitamente un servizio insoddisfacente, informazioni contraddittorie o promesse commerciali che l’azienda non è in grado di mantenere.
È una considerazione particolarmente importante nel turismo e nella ristorazione. Un hotel può ottenere visibilità attraverso un articolo ben scritto, ma la reputazione continuerà a dipendere anche dall’esperienza degli ospiti. Un ristorante può raccontare il proprio legame con il territorio, ma quel racconto deve trovare conferma nella proposta gastronomica e nell’accoglienza.
Per questo considero la Digital PR parte di una strategia più ampia. Deve dialogare con il sito aziendale, con il servizio offerto, con le recensioni, con la comunicazione commerciale e con il modo in cui l’impresa gestisce le relazioni con clienti e interlocutori. Quando questi elementi non sono allineati, aumentare la visibilità può persino rendere più evidenti le contraddizioni esistenti.
AI Search e nuove forme di visibilità: attenzione alle scorciatoie
Nel 2026 il dibattito sulla presenza digitale si è ampliato ulteriormente con la diffusione delle risposte generate dall’intelligenza artificiale. Accanto alla SEO tradizionale sono entrati nel linguaggio professionale termini come AEO, Answer Engine Optimization, e GEO, Generative Engine Optimization. Capisco l’interesse verso questi temi. Quando cambia il modo in cui le persone cercano informazioni, è naturale che aziende e professionisti si interroghino su come mantenere la propria visibilità. Il rischio, però, è trasformare ogni cambiamento tecnologico in una nuova promessa commerciale.
La presenza di un’azienda in un articolo esterno non garantisce che il suo nome venga ripreso da un sistema di intelligenza artificiale. Anche una citazione su un sito considerato autorevole non assicura che quel contenuto venga selezionato come fonte nelle risposte generate. Google, nelle proprie indicazioni pubblicate nel 2026 sull’ottimizzazione per le funzionalità di ricerca generativa, ha ribadito l’importanza delle buone pratiche SEO e dei contenuti originali, utili e riconoscibili. Non ha indicato l’acquisto di menzioni o particolari artifici GEO come formule per ottenere visibilità garantita.
Ritengo quindi sensato continuare a lavorare sulla qualità delle informazioni, sull’identità dei soggetti che le producono, sulla coerenza delle pubblicazioni e sull’accessibilità dei contenuti. È una direzione sostenibile anche quando cambiano strumenti, interfacce e modalità di ricerca. Non significa ignorare le opportunità dell’AI Search. Significa affrontarle senza abbandonare i criteri professionali che dovrebbero guidare qualsiasi attività di comunicazione.
Come valuterei una campagna di Digital PR
Prima di avviare una campagna cercherei di chiarire quale problema deve risolvere. Un brand poco conosciuto ha esigenze diverse da un’azienda già affermata che vuole rafforzare la propria presenza in un settore specifico. Un professionista che desidera far emergere le proprie competenze non dovrebbe necessariamente utilizzare gli stessi strumenti di un’impresa impegnata nel lancio di un prodotto.
Solo dopo aver definito l’obiettivo passerei alla scelta dei contenuti e dei canali. Un approfondimento tecnico, un’intervista, un contributo di opinione, un caso aziendale o un articolo informativo possono rispondere a esigenze differenti. Non ogni contenuto è adatto a ogni pubblicazione e non tutte le pubblicazioni devono avere un collegamento commerciale diretto.
Anche la misurazione dovrebbe cambiare in funzione dell’obiettivo. Guarderei certamente alle pubblicazioni ottenute, alla loro pertinenza e agli eventuali collegamenti verso il sito, ma anche al traffico di riferimento, alle visite qualificate, alle richieste ricevute e alla qualità delle interazioni, quando questi dati sono disponibili. Per le iniziative legate alla reputazione, prenderei in considerazione anche la presenza del brand nei contesti editoriali desiderati, la correttezza delle informazioni pubblicate e la continuità del racconto nel tempo. Non tutti questi aspetti possono essere ricondotti a un unico indicatore numerico.
Attribuire una conversione a una singola pubblicazione è spesso complicato. Una persona può leggere un articolo, cercare successivamente il nome dell’azienda, visitare il sito da un altro dispositivo e contattarla giorni dopo. Per questo eviterei di valutare l’intera attività esclusivamente attraverso le conversioni immediatamente attribuite a ciascun link.
Una riflessione che riguarda anche le scelte imprenditoriali
Queste considerazioni non appartengono soltanto alla mia attività di consulenza e comunicazione. Influenzano anche il modo in cui valuto le opportunità di sviluppo dei progetti digitali. Come socia e cofondatrice di FullPress Agency S.r.l. e responsabile dei progetti, mi interessa comprendere se uno strumento o un servizio risponde a un’esigenza reale e come possa inserirsi nel lavoro quotidiano di imprese, professionisti e agenzie. Non ritengo sufficiente adottare una soluzione soltanto perché appartiene a un mercato in crescita o perché utilizza una terminologia di tendenza.
È in questo contesto che abbiamo deciso, come FullPress Agency, di inserire MediaPR nel nostro ecosistema di progetti e servizi digitali. MediaPR è una piattaforma e un progetto commerciale dedicato alle opportunità di pubblicazione e alla visibilità editoriale online. Può essere un riferimento per agenzie, consulenti, aziende e professionisti che desiderano esplorare servizi e possibilità di presenza su siti esterni, nell’ambito di attività di Digital PR e comunicazione digitale.
Per me il punto non è considerare una piattaforma come sostitutiva della strategia. Uno strumento può aiutare a individuare opportunità e organizzare il lavoro, ma la scelta dei contenuti, la valutazione dei siti e la definizione degli obiettivi continuano a richiedere competenze professionali. È proprio questa la distinzione che considero importante mantenere, anche quando si sviluppa un’offerta commerciale: rendere più accessibile un servizio non deve significare banalizzarne il valore.
Verso il 2027: meno pubblicazioni casuali, più scelte consapevoli
Guardando al 2027, non credo che il problema principale delle aziende sarà trovare nuovi luoghi nei quali pubblicare contenuti. Le opportunità online sono già numerose e continueranno a evolversi insieme alle piattaforme, ai motori di ricerca e agli strumenti basati sull’intelligenza artificiale. La vera difficoltà, a mio avviso, sarà capire quali presenze meritano un investimento e quali invece aggiungono soltanto rumore. Non escludo che nuove forme di ricerca e di distribuzione delle informazioni possano attribuire una rilevanza crescente a determinate fonti editoriali, ma sarebbe prematuro trasformare questa possibilità in una regola valida per ogni settore.
Credo piuttosto che le aziende dovranno imparare a lavorare meglio sul rapporto tra ciò che raccontano di sé, ciò che altri pubblicano sul loro conto e ciò che clienti e interlocutori sperimentano realmente. Una strategia di Digital PR dovrebbe contribuire a costruire questa coerenza. Non attraverso una moltiplicazione indiscriminata di articoli, ma scegliendo contenuti utili, interlocutori pertinenti e occasioni di pubblicazione compatibili con l’identità del brand. Continuo a considerare la visibilità un obiettivo importante. Ma non penso che il successo di una strategia possa essere misurato soltanto contando quante volte siamo comparsi online.
La domanda che vorrei vedere più spesso nelle decisioni di comunicazione non è “dove possiamo pubblicare?”, ma “dove ha davvero senso essere presenti, e che cosa abbiamo di utile da raccontare?”.
È una differenza che sembra piccola. Nel lavoro editoriale e nella costruzione della reputazione, invece, può cambiare completamente il valore di una pubblicazione.







