Mi è capitato di lavorare a progetti turistici nei quali, almeno sulla carta, non mancava nulla. C’erano professionisti della comunicazione, persone dedicate ai social media, un ufficio stampa, un responsabile commerciale e, in alcuni casi, anche agenzie esterne incaricate delle campagne pubblicitarie. Ognuno svolgeva il proprio lavoro, produceva materiali, rispettava scadenze e presentava risultati. Eppure, osservando il progetto nel suo insieme, emergeva una difficoltà: tutte queste attività non stavano necessariamente contribuendo alla stessa strategia.
Sommario
È una situazione meno insolita di quanto si possa immaginare. L’ufficio stampa lavora sulla notorietà della destinazione, il social media manager cerca di aumentare l’interazione, il commerciale ha bisogno di prenotazioni, chi gestisce la pubblicità vuole migliorare le conversioni e la proprietà, comprensibilmente, si aspetta risultati economici. Nessuno di questi obiettivi è sbagliato, ma possono diventare incompatibili se manca una visione capace di collegarli.
Negli anni ho imparato che il problema non è necessariamente la qualità del lavoro delle singole persone, ma la qualità delle relazioni operative tra le loro attività. Per questo, quando mi occupo di un progetto turistico, considero l’allineamento tra comunicazione e marketing una parte integrante della strategia, non un’attività organizzativa da affrontare quando qualcosa smette di funzionare. E considero altrettanto importante che chi affida il progetto comprenda e sostenga il ruolo di chi è chiamato a coordinarlo.
La prima cosa che faccio è capire se stiamo davvero lavorando allo stesso progetto
Prima di parlare di campagne, contenuti o strumenti, cerco di comprendere come le diverse figure coinvolte interpretino il progetto. Può sembrare una verifica superflua, soprattutto quando esiste già un piano di marketing, ma spesso basta ascoltare le persone per scoprire che ciascuna attribuisce priorità differenti agli stessi obiettivi. Per qualcuno il risultato principale è aumentare la notorietà, per altri è portare nuovi visitatori, per altri ancora è vendere esperienze o migliorare la reputazione.
Non considero queste differenze un problema da eliminare. Un progetto turistico ha bisogno di competenze e punti di vista diversi, ma deve essere chiaro come ciascun contributo si inserisca nel risultato complessivo. Se stiamo lavorando alla destagionalizzazione, ad esempio, non possiamo valutare il successo della comunicazione soltanto attraverso la visibilità ottenuta durante i mesi estivi. Allo stesso modo, se vogliamo aumentare le prenotazioni dirette, non possiamo concentrare ogni investimento su contenuti che generano attenzione senza verificare cosa succede quando le persone arrivano sul sito.
È anche il motivo per cui insisto sull’importanza di definire la strategia prima di cominciare a produrre contenuti. Un calendario editoriale può essere organizzato perfettamente e, contemporaneamente, risultare del tutto scollegato dagli obiettivi commerciali. Prima di riempire le caselle del calendario, voglio capire quale risultato stiamo cercando e quale contributo ci aspettiamo da ogni attività.
Comunicazione e marketing non sono la stessa cosa, ma non possono ignorarsi
Una delle difficoltà più frequenti nasce dalla sovrapposizione tra comunicazione e marketing. In alcune organizzazioni vengono trattati come sinonimi; in altre sono due compartimenti separati che si incontrano soltanto quando bisogna approvare una campagna o organizzare un evento. Nessuna delle due impostazioni mi convince particolarmente, perché entrambe rischiano di nascondere la relazione che dovrebbe esistere tra le due funzioni.
La comunicazione contribuisce a costruire identità, reputazione, riconoscibilità e relazioni con i diversi pubblici. Il marketing collega la conoscenza del mercato e delle persone agli obiettivi dell’organizzazione, sviluppando proposte, canali e attività capaci di generare risultati. I confini non sono sempre rigidi e, soprattutto nei progetti più piccoli, una stessa persona può occuparsi di entrambe le aree. Quello che conta è che le decisioni siano coerenti e che le informazioni circolino.
Se un ufficio stampa sta lavorando per posizionare una destinazione come luogo ideale per il turismo lento, mentre le campagne pubblicitarie insistono esclusivamente su offerte aggressive e soggiorni a basso prezzo, dobbiamo chiederci se stiamo raccontando due aspetti complementari della stessa proposta oppure costruendo percezioni incompatibili. La risposta non può arrivare da chi gestisce soltanto uno dei due canali: richiede una valutazione condivisa del posizionamento e degli obiettivi.
Il commerciale deve essere coinvolto prima, non chiamato quando servono prenotazioni
Nel turismo considero particolarmente rischiosa la separazione tra chi comunica e chi vende. È possibile realizzare una campagna molto efficace dal punto di vista creativo, ottenere copertura stampa e generare interesse per una destinazione, salvo scoprire che gli operatori non hanno prodotti adeguati, disponibilità o condizioni commerciali coerenti con ciò che abbiamo raccontato. In questi casi il problema non riguarda la qualità della campagna, ma il fatto che la comunicazione sia stata progettata senza un collegamento sufficiente con l’offerta.
Quando lavoro a un progetto turistico, quindi, voglio conoscere anche le esigenze commerciali: quali mercati interessano, quali periodi presentano maggiori difficoltà, quali prodotti hanno margini adeguati, quali esperienze possono essere realmente vendute e quali richieste arrivano dai clienti. Non significa subordinare ogni scelta editoriale alla vendita immediata, ma utilizzare queste informazioni per costruire una comunicazione che abbia un rapporto concreto con il business.
Il collegamento deve funzionare anche nella direzione opposta. Se attraverso le attività editoriali emergono nuovi interessi, domande ricorrenti o segnali di domanda, il commerciale dovrebbe conoscerli. Una guida dedicata a un itinerario può rivelare interesse per un’esperienza che ancora non esiste nell’offerta; una campagna può evidenziare richieste provenienti da un mercato che non avevamo considerato prioritario. Quando comunicazione e commerciale condividono le informazioni, il marketing può contribuire anche a migliorare il prodotto.
La promessa deve corrispondere all’esperienza che il turista vivrà
Per me questo è uno dei punti più importanti. Nel turismo non stiamo vendendo soltanto un prodotto che può essere osservato, confrontato e portato a casa: stiamo contribuendo a creare aspettative su qualcosa che una persona vivrà successivamente. Una fotografia, un articolo, una campagna o il racconto di un creator possono influenzare profondamente quelle aspettative. Se l’esperienza reale non le conferma, il problema non si risolve con una comunicazione migliore.
Pensiamo a una struttura ricettiva che promette tranquillità, autenticità e un rapporto privilegiato con il territorio. Se il personale non conosce le esperienze locali, le fotografie non corrispondono agli ambienti o il servizio non riflette la promessa, la comunicazione rischia di amplificare una distanza che prima o poi emergerà nelle recensioni. Lo stesso può accadere a una destinazione che promuove il turismo sostenibile senza aver verificato la reale accessibilità delle esperienze proposte.
Per questo considero necessario coinvolgere anche chi gestisce il prodotto e l’operatività. Non pretendo che tutte le persone partecipino a ogni riunione, ma chi costruisce la comunicazione deve conoscere ciò che viene effettivamente offerto e chi gestisce l’esperienza deve sapere quali aspettative stiamo generando. Il marketing non dovrebbe limitarsi a rendere desiderabile una promessa: dovrebbe contribuire a renderla credibile e sostenibile.
Il mio metodo parte da obiettivi condivisi e responsabilità riconoscibili
Una volta chiarito il contesto, cerco di trasformare gli obiettivi generali in responsabilità operative. Espressioni come “aumentare la visibilità”, “valorizzare il territorio” o “migliorare la presenza digitale” possono essere utili per descrivere un’intenzione, ma non sono sufficienti per coordinare il lavoro di più persone. Occorre stabilire a quali pubblici ci rivolgiamo, quali risultati vogliamo ottenere, quali attività sono prioritarie e come verificheremo i progressi.
Non credo nei documenti strategici complicati soltanto per dimostrare che esiste una strategia. Preferisco strumenti comprensibili, utilizzabili e aggiornabili, nei quali ogni figura professionale possa riconoscere il proprio contributo. Un responsabile delle PR deve sapere quali messaggi e quali pubblici sono prioritari; chi gestisce i social deve conoscere le campagne e le iniziative commerciali; il commerciale deve essere informato delle attività che potrebbero generare nuove richieste.
Un aspetto che considero indispensabile è stabilire chi prende le decisioni. Condividere una strategia non significa che ogni scelta debba essere approvata da tutti, perché un’organizzazione di questo tipo rischierebbe di rallentare continuamente il lavoro. Significa invece distinguere tra chi definisce gli obiettivi, chi guida la strategia, chi possiede competenze specialistiche e chi ha la responsabilità finale di approvare determinate decisioni.
Coordinare non significa accentrare tutte le decisioni
Ho poca fiducia nei modelli organizzativi nei quali ogni contenuto, ogni fotografia, ogni risposta e ogni iniziativa devono attraversare una lunga catena di approvazioni. Spesso nascono dal desiderio legittimo di mantenere il controllo, ma finiscono per ridurre l’autonomia delle persone, rallentare i processi e trasformare chi coordina in un collo di bottiglia. Quando accade, il progetto diventa dipendente dalla disponibilità di una sola figura, anche per questioni che potrebbero essere risolte direttamente dai professionisti incaricati.
Il mio obiettivo è differente: definire una direzione sufficientemente chiara perché le persone possano prendere autonomamente molte delle decisioni che rientrano nelle proprie competenze. Se il posizionamento, il tono di voce, gli obiettivi, le priorità e i limiti sono condivisi, non è necessario discutere ogni volta da zero. Il coordinamento dovrebbe intervenire soprattutto sulle scelte che influenzano più aree, modificano la strategia o comportano conseguenze economiche e reputazionali rilevanti.
Questo richiede fiducia, ma non fiducia cieca. Richiede competenze riconoscibili, responsabilità definite e strumenti che permettano di verificare il lavoro. Non voglio essere coinvolta in ogni decisione: voglio essere coinvolta nelle decisioni che possono cambiare la direzione del progetto.
Un calendario condiviso è utile soltanto se collega attività e obiettivi
Quando più professionisti lavorano allo stesso progetto, il calendario editoriale può diventare uno strumento importante di coordinamento. Ma non mi interessa un calendario che si limiti a mostrare quando uscirà un post, quando partirà una newsletter o quando verrà inviato un comunicato stampa. Voglio che renda visibili le relazioni tra le attività e che permetta di individuare in anticipo eventuali sovrapposizioni, opportunità o contraddizioni.
Se stiamo preparando il lancio di una nuova esperienza turistica, ad esempio, l’ufficio stampa deve conoscere tempi e contenuti della campagna, chi gestisce il sito deve avere tutte le informazioni necessarie e il commerciale deve essere pronto a rispondere alle richieste. I social possono raccontare la preparazione, le persone e il territorio, mentre la newsletter può raggiungere contatti che hanno già manifestato un interesse specifico. Sono attività diverse, ma devono contribuire allo stesso percorso.
Non significa pubblicare lo stesso messaggio ovunque. Un comunicato stampa, un articolo editoriale, una campagna pubblicitaria e un contenuto social hanno linguaggi, destinatari e funzioni differenti. L’allineamento riguarda la coerenza della proposta e la complementarità delle azioni, non l’uniformità dei contenuti.
Le PR non devono essere un’attività parallela al marketing
Poichè lavoro da tempo anche nell’editoria e nelle media relations, considero questo aspetto particolarmente importante. L’ufficio stampa viene talvolta coinvolto soltanto quando esiste una notizia da diffondere, mentre le altre attività di marketing procedono autonomamente. In questo modo si perde una parte del valore che le relazioni con i media possono apportare alla strategia complessiva.
Un articolo pubblicato da una testata autorevole può contribuire alla reputazione di una destinazione, far conoscere un prodotto turistico o rafforzare la credibilità di un’organizzazione. Ma quel risultato può avere una vita molto breve se non viene valorizzato correttamente attraverso i canali proprietari, il lavoro commerciale e le successive attività di comunicazione. Allo stesso modo, una campagna può generare dati e informazioni interessanti che aiutano a individuare nuovi temi da proporre ai media.
Non sostengo che le PR debbano trasformarsi in uno strumento commerciale diretto. La relazione con i giornalisti richiede autonomia, credibilità e rispetto delle logiche editoriali. Credo però che le digital PR nel travel e nel food possano produrre un valore maggiore quando sono inserite in una strategia che collega reputazione, contenuti, visibilità e obiettivi dell’organizzazione.
Quando arrivano le divergenze, cerco di riportare la discussione agli obiettivi
Non considero il disaccordo un segnale di cattivo funzionamento. In un gruppo composto da professionisti con competenze differenti è normale che emergano interpretazioni diverse, e qualche volta proprio queste differenze permettono di individuare problemi che altrimenti rimarrebbero nascosti. Mi preoccupano molto di più i gruppi nei quali tutti sembrano sempre d’accordo durante le riunioni e poi procedono autonomamente in direzioni differenti.
Il problema nasce quando una divergenza professionale si trasforma in una continua revisione delle decisioni, senza nuove informazioni o motivazioni sufficienti. Se abbiamo concordato una strategia e ogni settimana la modifichiamo sulla base dell’ultima intuizione, diventa impossibile capire quali attività funzionino e quali debbano essere corrette. Il progetto continua a produrre contenuti, campagne e iniziative, ma perde progressivamente la possibilità di apprendere dai propri risultati.
In queste situazioni cerco di riportare la discussione su elementi verificabili: quale obiettivo stiamo perseguendo, quali informazioni possediamo, quali risultati abbiamo ottenuto e quali conseguenze avrebbe il cambiamento proposto. Non tutte le intuizioni sono sbagliate e non considero intoccabile una strategia soltanto perché è stata approvata. Ma cambiare direzione dovrebbe essere una decisione consapevole, non una reazione automatica all’ultima urgenza.
La committenza deve guidare il business, non sostituirsi continuamente agli specialisti
Questo è un tema delicato, soprattutto quando si lavora come consulenti esterni. Chi investe in un progetto ha il diritto e la responsabilità di stabilire gli obiettivi aziendali, definire i vincoli economici, conoscere i rischi e partecipare alle decisioni più importanti. Il problema non è quindi la presenza della proprietà o della direzione nelle scelte strategiche, ma l’assenza di una distinzione tra responsabilità imprenditoriali e responsabilità professionali.
Quando una consulenza viene richiesta e poi sistematicamente aggirata nelle decisioni operative, si crea una situazione difficile da gestire. Al consulente può continuare a essere chiesto di rispondere dei risultati, mentre le scelte che li determinano vengono modificate senza un confronto adeguato. Non è una questione di orgoglio professionale, ma di coerenza tra mandato, autonomia e responsabilità.
Per questo preferisco chiarire fin dall’inizio quali decisioni spettano alla committenza, quali al coordinamento strategico e quali ai singoli specialisti. Non chiedo carta bianca e non credo che un cliente debba accettare ogni proposta senza discuterla. Chiedo che le decisioni siano riconoscibili e che chi è chiamato a rispondere di un risultato abbia anche la possibilità di incidere sulle scelte necessarie per raggiungerlo.
Il consulente deve essere sostenuto, non lasciato solo a difendere ogni decisione
C’è un aspetto dell’allineamento che considero fondamentale e che riguarda direttamente il rapporto tra consulente e committenza. Quando mi viene affidato il coordinamento strategico di un progetto, non mi aspetto che ogni mia proposta venga accettata senza discussioni, né pretendo di avere l’ultima parola su qualsiasi decisione. Mi aspetto, però, che il mio ruolo venga riconosciuto e sostenuto da chi ha scelto di affidarmi quell’incarico. Altrimenti il coordinamento rischia di diventare un esercizio puramente formale.
Un consulente può costruire una strategia, individuare le priorità, organizzare il lavoro e mettere in relazione professionalità differenti, ma non può farlo efficacemente se la sua funzione viene continuamente scavalcata o rimessa in discussione davanti al gruppo. Se la committenza assegna un mandato e successivamente interviene su ogni decisione operativa, impartisce indicazioni contrastanti ai collaboratori o modifica le priorità senza un confronto, il problema non riguarda più soltanto la gestione del progetto. Riguarda la credibilità stessa del coordinamento.
È una dinamica che può mettere in difficoltà anche un team composto da ottimi professionisti. A chi devono fare riferimento i collaboratori quando ricevono indicazioni differenti? Quale strategia devono seguire quando le decisioni concordate vengono continuamente superate da nuove richieste? E soprattutto, come può il consulente assumersi la responsabilità dei risultati se non dispone dell’autonomia necessaria per governare il percorso?
Per questo ritengo che la committenza debba sostenere concretamente il ruolo del consulente che ha scelto, anche nei confronti delle altre persone coinvolte. Sostenere non significa difendere decisioni sbagliate o rinunciare al confronto. Significa rispettare le responsabilità assegnate, discutere eventuali divergenze nelle sedi appropriate ed evitare che ogni disaccordo si trasformi in un’indicazione operativa contraddittoria.
Naturalmente il sostegno deve essere reciproco. Il consulente ha il dovere di ascoltare, motivare le proprie scelte, rendere comprensibile la strategia e tenere conto delle esigenze imprenditoriali. Ma deve anche poter dire quando una richiesta è incompatibile con gli obiettivi concordati, quando un cambiamento rischia di compromettere il lavoro già svolto o quando le aspettative non sono realistiche. Una consulenza che non prevede questa possibilità finisce per ridursi a una semplice esecuzione di istruzioni.
Ho imparato a considerare questo equilibrio una condizione essenziale per accettare e portare avanti un progetto. Non ho bisogno di essere assecondata, ma di essere ascoltata. Non chiedo carta bianca, ma un mandato chiaro e rispettato. Se ogni decisione strategica deve essere continuamente riconquistata, se il consulente viene sopraffatto dalle interferenze anziché sostenuto nella gestione del lavoro, non esistono più le condizioni per offrire una consulenza realmente utile. E continuare a produrre attività, in quelle circostanze, non significa necessariamente continuare a fare marketing.
Le riunioni servono a confrontarsi e prendere decisioni, ma bisogna farle
Non amo le riunioni organizzate per il semplice fatto che un progetto debba prevedere riunioni periodiche. Quando sono troppe, troppo lunghe o prive di un obiettivo, rischiano di sottrarre tempo al lavoro senza migliorare realmente il coordinamento. Ma ho riscontrato anche il problema opposto, altrettanto grave: progetti nei quali le riunioni non vengono organizzate affatto, il confronto è praticamente inesistente e ciascuno procede per conto proprio, dando per scontato che gli altri sappiano cosa sta facendo.
La mancanza di confronto può essere persino più dannosa di una riunione poco produttiva. Le informazioni rimangono nelle mani di poche persone, le difficoltà non vengono affrontate tempestivamente e decisioni che riguardano l’intero progetto vengono prese senza coinvolgere chi dovrà poi gestirne le conseguenze. Si continua a lavorare, spesso anche molto, ma senza avere una visione aggiornata di ciò che sta accadendo nelle altre aree. E quando emergono problemi, ci si accorge che sarebbe bastato parlarne prima.
In un progetto turistico considero quindi indispensabile prevedere momenti di confronto, distinguendo quelli strategici, nei quali si valutano obiettivi, risultati e priorità, da quelli operativi, necessari per coordinare attività, scadenze e responsabilità. Non tutte le persone devono partecipare a ogni incontro, ma ciascuna deve avere la possibilità di condividere informazioni, segnalare criticità e conoscere le decisioni che influenzano il proprio lavoro. Una riunione efficace dovrebbe concludersi con decisioni chiare, responsabilità assegnate e questioni eventualmente ancora aperte, sulle quali tornare a confrontarsi.
Questo vale soprattutto quando il coordinamento è affidato a un consulente esterno. Non si può chiedere a una persona di guidare la strategia e poi escluderla dai momenti nei quali vengono prese decisioni importanti, oppure informarla soltanto quando quelle decisioni sono già state attuate. Il confronto con la committenza e con le figure coinvolte non è una concessione al consulente, ma una condizione necessaria per permettergli di svolgere il proprio incarico. Se manca una comunicazione costante, il coordinamento esiste soltanto sulla carta.
Naturalmente non tutto richiede una riunione. Molte informazioni possono essere condivise attraverso strumenti comuni, aggiornamenti scritti e comunicazioni dirette, evitando di convocare l’intera squadra per questioni che possono essere risolte rapidamente. Ma gli strumenti non sostituiscono il confronto quando occorre valutare alternative, affrontare divergenze o prendere decisioni che coinvolgono più persone. Il problema non è quante riunioni facciamo, ma se ci confrontiamo abbastanza da poter lavorare davvero nella stessa direzione.
Misurare i risultati significa evitare che ogni reparto difenda soltanto i propri numeri
Un altro elemento fondamentale riguarda la misurazione. Se ogni figura professionale viene valutata esclusivamente attraverso le metriche del proprio canale, è comprensibile che finisca per ottimizzare il lavoro in funzione di quelle metriche. Il social media manager cercherà più interazioni, chi gestisce la SEO più traffico, l’ufficio stampa più uscite e il commerciale più vendite. Ma il miglioramento di un singolo indicatore non garantisce automaticamente un miglioramento del progetto.
Per questo cerco di distinguere tra indicatori specifici delle singole attività e risultati complessivi. Le metriche operative rimangono indispensabili, perché permettono di capire cosa stia funzionando nei diversi canali. Ma devono essere interpretate alla luce degli obiettivi condivisi: raggiungere nuovi mercati, migliorare la qualità delle richieste, aumentare le prenotazioni dirette, distribuire meglio i flussi turistici o rafforzare la reputazione.
Ho affrontato questo tema anche nell’articolo dedicato a come valutare un piano di marketing turistico. Un buon sistema di misurazione non dovrebbe limitarsi a dimostrare che ogni reparto ha lavorato. Dovrebbe aiutare a capire se il lavoro complessivo sta avvicinando l’organizzazione ai risultati che si era proposta.
Quando qualcosa non funziona, non cerco immediatamente un responsabile
Nei progetti complessi gli errori sono inevitabili. Una campagna può ottenere risultati inferiori alle aspettative, un contenuto può non intercettare il pubblico previsto, una collaborazione può rivelarsi meno efficace del previsto e una scelta commerciale può modificare improvvisamente le priorità. Quello che mi interessa è capire se l’organizzazione possiede gli strumenti per riconoscere il problema e correggerlo, senza trasformare ogni difficoltà in una ricerca del colpevole.
Se una campagna genera molte visite ma poche prenotazioni, ad esempio, il problema potrebbe trovarsi nella qualità del traffico, nella pagina di destinazione, nel prezzo, nella disponibilità, nella proposta commerciale o nel processo di prenotazione. Attribuire automaticamente la responsabilità a chi gestisce la pubblicità sarebbe una conclusione prematura. Serve ricostruire il percorso e individuare il punto nel quale l’interesse non riesce a trasformarsi nell’azione desiderata.
Lo stesso vale quando un’iniziativa ottiene una buona copertura mediatica ma non produce effetti commerciali immediati. Potrebbe essere stata progettata per rafforzare la reputazione, oppure potrebbe essere mancato un collegamento adeguato con le attività successive. Sono due situazioni molto diverse, che richiedono valutazioni differenti.
Nei progetti più piccoli l’allineamento è ancora più importante
Non è necessario avere un grande team per incontrare questi problemi. Anzi, nelle piccole strutture ricettive, nei progetti territoriali e nelle organizzazioni con risorse limitate, la sovrapposizione dei ruoli può rendere il coordinamento ancora più delicato. Una stessa persona può occuparsi di comunicazione, prenotazioni, rapporti con gli operatori e organizzazione degli eventi, mentre alcune attività vengono affidate a consulenti o agenzie esterne.
In questi casi non proporrei mai un’organizzazione pensata per una grande destinazione turistica. Il metodo deve essere proporzionato alle dimensioni e alle risorse disponibili, ma gli elementi essenziali rimangono gli stessi: obiettivi comprensibili, responsabilità definite, informazioni condivise e un momento nel quale verificare ciò che sta accadendo. Anche un piccolo progetto può funzionare molto bene quando le persone sanno quali decisioni prendere e quando coinvolgere gli altri.
Il coordinamento non dovrebbe diventare un costo organizzativo sproporzionato. Dovrebbe ridurre il lavoro duplicato, prevenire gli errori e permettere di utilizzare meglio le risorse disponibili. Se per gestire tre persone dobbiamo costruire una macchina amministrativa che occupa metà del loro tempo, probabilmente abbiamo sbagliato metodo.
Il coordinamento deve continuare anche quando il progetto entra nella routine
Un buon avvio non garantisce che l’allineamento rimanga stabile. Le persone cambiano, arrivano nuovi collaboratori, il mercato evolve, alcune attività si concludono e altre diventano prioritarie. Nei progetti turistici si aggiungono inoltre stagionalità, eventi, cambiamenti nella domanda e condizioni esterne che possono richiedere decisioni rapide.
Per questo considero utile prevedere momenti periodici nei quali tornare a osservare il progetto nel suo insieme. Non soltanto per verificare se le attività siano state completate, ma per capire se le priorità siano ancora corrette, se le informazioni circolino adeguatamente e se le persone abbiano bisogno di strumenti o decisioni che non sono ancora arrivati. A volte basta correggere un passaggio operativo per migliorare il lavoro di più figure contemporaneamente.
Il coordinamento, in fondo, non è un’attività che si conclude con la riunione iniziale. È una responsabilità che accompagna il progetto, ma che dovrebbe diventare progressivamente meno invasiva man mano che il gruppo acquisisce autonomia e una maggiore comprensione degli obiettivi comuni.
Quello che ho imparato: un progetto turistico ha bisogno di una direzione, non di persone che facciano tutte la stessa cosa
Con il tempo ho imparato a considerare l’allineamento tra comunicazione e marketing come uno degli elementi che distinguono un insieme di attività da un progetto realmente organizzato. Non basta che ogni professionista sia preparato e non basta che ogni canale produca risultati. Serve una direzione capace di collegare competenze, informazioni, responsabilità e decisioni, mantenendo una relazione costante con il prodotto e con gli obiettivi commerciali.
Questo non significa eliminare le differenze, pretendere che tutti condividano ogni scelta o costruire procedure sempre più complesse. Significa creare le condizioni affinché le competenze possano esprimersi senza perdere di vista il risultato complessivo. Chi si occupa di PR deve poter fare bene le PR, chi gestisce le campagne deve avere autonomia nelle proprie scelte tecniche e chi conosce il prodotto deve contribuire a costruire una promessa credibile.
Quando queste condizioni esistono, il coordinamento diventa molto meno faticoso e le riunioni smettono di essere il luogo nel quale si scoprono problemi che avrebbero dovuto essere affrontati settimane prima. Quando invece mancano, anche un gruppo di professionisti preparati può ritrovarsi a lavorare molto senza costruire un risultato proporzionato all’impegno.
Un progetto turistico non ha bisogno che tutti facciano la stessa cosa. Ha bisogno che ciascuno sappia perché sta facendo la propria, come il suo lavoro si collega a quello degli altri e quale risultato stiamo cercando di raggiungere insieme.
È da qui che parto quando affronto un nuovo progetto: prima di moltiplicare le attività, cerco di costruire le condizioni perché abbiano davvero una direzione. E tra queste condizioni considero indispensabile anche il sostegno della committenza: perché un consulente può guidare una strategia soltanto quando il mandato che gli è stato affidato viene realmente riconosciuto. Se stai sviluppando un progetto turistico e vuoi definire una strategia capace di collegare comunicazione, marketing e obiettivi commerciali, puoi approfondire il mio approccio alla consulenza di comunicazione e marketing oppure richiedere una prima consulenza gratuita.
Domande frequenti sul coordinamento tra comunicazione e marketing turistico
Perché è importante allineare comunicazione e marketing in un progetto turistico?
Perché le diverse attività devono contribuire a obiettivi comuni e costruire una percezione coerente della destinazione o dell’impresa turistica. Senza coordinamento, anche iniziative individualmente efficaci possono produrre messaggi contraddittori, duplicazioni e risultati difficili da collegare agli obiettivi commerciali.
Chi dovrebbe coordinare comunicazione e marketing?
Dipende dalle dimensioni e dall’organizzazione del progetto. Il coordinamento può essere affidato a un responsabile interno, a un project manager o a un consulente strategico, purché disponga di un mandato chiaro, conosca gli obiettivi e possa dialogare con le diverse figure professionali e con la committenza.
Come si evitano conflitti tra ufficio stampa, social media manager e commerciale?
Definendo obiettivi condivisi, responsabilità riconoscibili, un calendario comune e modalità chiare per prendere decisioni. Le divergenze professionali non devono essere eliminate, ma affrontate sulla base della strategia, delle informazioni disponibili e delle conseguenze delle diverse scelte.
Perché la committenza deve sostenere il consulente incaricato del coordinamento?
Perché il consulente può guidare efficacemente il progetto soltanto quando il suo mandato viene riconosciuto anche dalle altre figure coinvolte. Il sostegno della committenza non implica un’approvazione incondizionata delle sue proposte, ma richiede rispetto delle responsabilità assegnate, confronto sulle divergenze e coerenza nelle indicazioni operative.
Cosa succede quando la committenza interferisce continuamente nel lavoro del consulente?
Le interferenze possono compromettere la chiarezza delle responsabilità, rallentare le decisioni e generare indicazioni contraddittorie per il team. Quando il consulente è chiamato a rispondere dei risultati senza poter incidere sulle decisioni che li determinano, viene meno una condizione fondamentale per una consulenza efficace.
È necessario organizzare molte riunioni per mantenere il team allineato?
No. Sono più utili pochi incontri con obiettivi precisi, accompagnati da strumenti condivisi per aggiornamenti, scadenze e responsabilità. Le riunioni dovrebbero servire soprattutto a prendere decisioni, affrontare problemi e verificare le priorità.
Come si misura l’efficacia del coordinamento?
Attraverso indicatori operativi, come il rispetto delle scadenze, la riduzione delle duplicazioni e la qualità del flusso informativo, ma soprattutto verificando se le attività contribuiscono agli obiettivi complessivi del progetto, come reputazione, richieste qualificate, prenotazioni e risultati commerciali.
Come coordinare comunicazione e marketing quando il progetto turistico è piccolo?
Utilizzando un metodo proporzionato alle risorse disponibili: pochi obiettivi prioritari, ruoli chiari, un calendario condiviso e momenti periodici di verifica. Anche quando una stessa persona svolge più funzioni, è importante distinguere le responsabilità e mantenere una visione complessiva del progetto.







